Alida Mazzaro

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GENESI

Un giorno, il Signor Dio chiamò a raccolta tutti gli esseri umani. Non erano molti a quel tempo, certamente non i 7 miliardi e più di oggi, forse potevano essere qualche migliaio.

Volle parlare con il loro capo e dopo aver scambiato i soliti convenevoli, disse quello che doveva: “Sono trascorsi già più di 500 anni dal giorno in cui vi ho creato, e mi sembra che abbiate fatto molto poco. Niente Chiese, ospedali, città, trascorrete tutto il tempo a giocare ed a divertirvi. Dovete iniziare a lavorare.”
L’uomo si rattristò perchè era la prima volta che il Signor Dio lo rimproverava e la cosa non gli faceva piacere. Così ritorno alla sua famiglia, parlò con il suo gruppo e fu deciso che si sarebbero divisi i compiti ed avrebbero iniziato a lavorare. Tutti. Però non sapevano come fare per costruire chiese, non avevano mai visto un ospedale e l’idea di costruire una città metteva loro angoscia.

Così l’uomo ritornò dal Signor Dio e gli disse che non aveva gli strumenti per accontentarlo. Signor Dio si spazientì: non riusciva a capacitarsi come quegli esseri che aveva creato potessero essere così stupidi, poi ci pensò un attimo e capì che dentro le sue creature non aveva messo il seme dell’odio ma solamente quello dell’amore.

Li aveva creati difettosi, per renderli completi ci voleva sia l’odio che l’amore. Così soffiò nel cuore di quegli uomini una quantità di odio sufficiente. Così avrebbero avuto voglia di lottare, di cambiare e di costruire. In poco tempo gli uomini iniziarono a comandare, dominare, fecero guerre, costruirono ospedali, distrussero boschi e inquinarono oceani.

Il signor Dio però si accorse che le proporzioni tra l’amore e l’odio non erano equilibrate. Guardò la bilancia dove aveva pesato l’odio e vide che era rotta e che aveva messo nel cuore umano il doppio della quantità d’odio che avrebbe dovuto usare.

Chiamo l’uomo, gli chiese di equilibrarsi, di non costruire più ospedali e di non fare più guerre, di non uccidere i suoi fratelli, di non uccidere madre Terra. L’uomo gli rise in faccia. Era più potente di Lui, rise. Era lui il padrone del mondo. Il Signor Dio doveva stare zitto, perchè gli uomini avevano inventato il Dio Denaro, che era adorato da tutta l’umanità. Finalmente erano tutti concordi: il denaro li rendeva così forti che non avevano bisogno di religioni o di altri Dei. Era Lui, Signor Dio ad essere antico, obsoleto e sopratutto fuori moda.

L’uomo se ne andò ridendo, lasciando il Signor Dio inquieto. Lui sapeva che doveva salvare la Dea Terra, gli umani erano poco importanti e non meritavano nulla. Penso pensò pensò a qualche soluzione del resto lui era perfettamente imperfetto e imperfettamente perfetto.

E trovò la soluzione.

Starnutì.


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LA SOLITUDINE INSEGNA

Si sedette sul water. Il bagno era sempre stato il suo posto preferito. Non solo perché poteva rimanere in solitudine a tagliarsi le pellicine delle unghie delle dita o  a depilarsi con il rasoio  oppure  a inventarsi creme da spalmare in tutte le parti del corpo anche le più strane, ma  anche perché era affascinata dalla trasformazione del cibo profumato e dionisiaco  in materia altra di consistenza e di odori (mai ributtanti a lei  piacevano gli odori e difficilmente sentiva odori fastidiosi).

Una livella, come avrebbe detto Totò, dal caviale al burgher poi tutto si riduceva nella stessa forma e sostanza. La trasformazione. Non solamente il marmo di Michelangelo da  sasso  a divinità, ma anche il cibo degli Dei  a residuo di poco valore. Essere in grado di riconoscere la qualità dell’alimento  dopo il lungo viaggio che ha fatto dalla bocca all’ano è impossibile per chiunque.

Era un periodo in cui abitava da sola. Le sue amiche se ne erano tornate a casa, lasciandola in quell’appartamento impersonale  senza piante e senza luce dal cielo. Sola da forse 4 settimane, contare i giorni non le piaceva, li guardava sparire dalla sua vita annoiandosi mentre li lasciava volare via. Stava bene.

Tutto accadde in un giorno di quelli che non sembrano giorni.

Si alzò come sempre verso le nove, un caffè e l’appuntamento mattutino con il Signor water. Era rilassata. Si pulì ben bene, si lavò i denti con il suo amato dentifricio ayurvedico al neem, cercò il sapone per lavarsi il viso. Si trovò tra le mani una saponetta nera, che non aveva mai visto, forse  qualcuna delle sue conviventi l’aveva dimenticata. Era senza profumo, nera come la pece e dura, sassosa. Forse biologica?

Si guardò allo specchio. Faccia serena questa mattina, eh! Si disse. Iniziò ad insaponarsi, la schiuma era bellissima, leggera e consistente, con dei piccoli granuli che le stavano facendo uno scrab, beh! non era male. Le ci volle un poco di pazienza per toglierla ma era sicura di aver pulito la pelle ben bene.

Si guardò allo specchio. My God, ma quella non era lei!!! Uno strano viso, diverso dal solito, non il suo.

Gli occhi preoccupati, gli angoli delle labbra puntati all’ingiù verso il pavimento, le narici dilatate. Aveva la faccia delle giornate di merda, di quelle che non passano mai perché tutto ciò che di peggio poteva accadere era già accaduto. Trascorse il giorno a guardarsi. Lavorò al computer e poi andò a guardarsi allo specchio, mangiò e prima e dopo e mentre si cucinava un uovo fritto andava al bagno a guardarsi e poi ogni 10  minuti. Il suo viso era sempre quello, quello orrendo.

Andò a dormire verso le due di notte. Sperava che il suo inconscio malato con una manciata di sogni le avrebbe dato delle spiegazioni. Domani mattina ci sarebbe stata chiarezza.

Al mattino invece non accade nulla. Il suo inconscio non voleva parlarle, né con sogni né con sintomi fisici (mal di testa,  alito da topo morto, emorroidi, lacrime..)

Tardò il momento del passaggio al bagno. Bevve la sua tazza di caffè, non mangiò nulla, lavò i piatti,  guardò la televisione  sfogliò un libro che aveva iniziato a leggere da circa 15 giorni, e poi decise che doveva andare allo specchio dove avrebbe certamente rivisto la sua faccia.

Era rimasta quella faccia preoccupata e triste, con gli occhi  velenosi  e  le labbra cupe. Fronte corrugata e denti stretti. Sì certo era lei, ma il viso rispecchiato non trasmetteva il suo stato d’animo.

Si guardò, la sua espressione allo specchio non cambiava, era marmorizzata. I segni del viso perfettamente disegnati.

Prese il sapone nero e iniziò a strofinarsi, a lavarsi, cercando di togliere quella faccia inquietante che non le piaceva.

Quando riaprì  le pupille brucianti vide un’altra. Occhi ridenti allegri un sorriso  aperto piccole rughe intorno agli occhi e gli angoli della bocca all’insù…Lei quando era felice. Iniziò a tremare.Cosa voleva dire ‘sta storia ?

Rimase tutto il pomeriggio sul divano, cercando di finire quel maledetto libro che aveva le prime 10 pagine difficilmente comprensibili, per questo si fermava sempre alla undicesima da 15 giorni.

Non aveva il coraggio di guardarsi allo specchio.

Cosa stava accadendo? Cosa era accaduto negli ultimi giorni? Come aveva vissuto? Tanta casa pochi rapporti umani qualche telefonata e tanta solitudine, perchè Lei amava la solitudine, non le piaceva vivere con altri, li trovava faticosi, doveva sempre indossare tante maschere…ecco cosa era, le maschere!!!

Corse al bagno ed iniziò a lavarsi con Quel sapone.  Aveva compreso che era stato lui a scatenare tutto, ma non le interessava sapere di cosa era fatto e da dove veniva. Voleva sapere dove Lei stava andando. Usò le mani con forza, sfregò la saponetta dietro le orecchie, sul collo, la fronte, gli zigomi, le labbra. Ci mise impegno. Quando finì, il viso che lo specchio le rifletteva era un viso sognante, dolce romantico, un viso pieno di punti di domanda e di  dolcezza…

Si guardò per qualche istante e poi si lavò e rilavo e rilavò…

Mio Dio quante maschere, quante maschere…

Lei sociale che sorrideva  agli altri anche quando non ne aveva voglia, Lei che aveva un volto accomodante anche se piena di rabbia, Lei con un viso chiuso e corrugato a nascondere la paura, Lei con un viso distratto a nascondere la passione, Lei con il dentro che non corrispondeva al fuori.

Lasciò il bagno e le sue 10 maschere nella schiuma del sapone.  Non aveva avuto la forza di continuare a lavarsi, l’avrebbe forse fatto domani.

Perché tutte quelle maschere che non conosceva  si erano sciolte? E perchè si sentiva leggera? Così leggera.

Tanto peso in meno, la schiena era diritta, lo stomaco non si lamentava più e il suo intestino, quello con cui aveva delle grandi difficoltà di comunicazione, beh, quella sera si era espresso con entusiasmo.

Quindi con le maschere se ne erano andate vie tante cose. Per prima la finzione.

L’ultimo mese in casa da sola. SOLA. Era stata bene. Poteva essere, senza dover far vedere altro, senza doversi nascondere dietro visi di marmo di cera, di legno o peggio ancora di plastica.

Volle vedere l’ultima maschera. Ed il suo vero volto.

Andò in bagno. Iniziò a lavarsi. Prima di arrivare a quello che desiderava, dovette togliere ancora due maschere.

Finalmente Lei. Il suo viso da bambina  di 6 anni con gli occhi luminosi e il sorriso malinconico.

Si guardò, si sorrise e andò a dormire. Lei e Lei.


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Puo’ aiutare a pensare

Le 10 regole manipolazione dei media.

Noam Chomsky è un linguista, filosofo e teorico della comunicazione statunitense. Professore emerito di linguistica al Massachusetts Institute of Technology è riconosciuto come il fondatore della grammatica generativo-trasformazionale, spesso indicata come il più rilevante contributo alla linguistica teorica del XX secolo.Secondo Chomsky, il meccanismo attraverso cui si attua la manipolazione dei media, è costituito dalla “fissazione delle priorità”: esiste un certo numero di mezzi di informazione che determinano una sorta di struttura prioritaria delle notizie, alla quale i media minori devono più o meno adattarsi a causa della scarsità delle risorse a disposizione. Le fonti primarie che fissano le priorità, sono grandi società commerciali a redditività molto alta, e nella grande maggioranza sono collegate a gruppi economici ancora più grandi. L’obiettivo è quello che Chomsky definisce come la “fabbrica del consenso”, ossia un sistema di propaganda estremamente efficace per il controllo e la manipolazione dell’opinione pubblica (Manufacturing consent: the political economy of the mass media – 1988, Understanding power: the indispensable Chomsky – 2002).

1 – La strategia della distrazione

L’elemento primordiale del controllo sociale è la strategia della distrazione che consiste neldeviare l’attenzione del pubblico dai problemi importanti e dai cambiamenti decisi dalle élites politiche ed economiche, attraverso la tecnica del diluvio o inondazioni di continue distrazioni e di informazioni insignificanti. La strategia della distrazione è anche indispensabile per impedire al pubblico di interessarsi alle conoscenze essenziali, nell’area della scienza, l’economia, la psicologia, la neurobiologia e la cibernetica. “Mantenere l’Attenzione del pubblico deviata dai veri problemi sociali, imprigionata da temi senza vera importanza. Mantenereil pubblico occupato, occupato, occupato, senza nessun tempo per pensare, di ritorno alla fattoria come gli altri animali (citato nel testo “Armi silenziose per guerre tranquille”).

2 – Creare problemi e poi offrire le soluzioni

Questo metodo è anche chiamato “problema- reazione-soluzione”. Si crea un problema, una “situazione” prevista per causare una certa reazione da parte del pubblico, con lo scopo che sia questo il mandante delle misure che si desiderano far accettare. Ad esempio: lasciare che si dilaghi o si intensifichi la violenza urbana, o organizzare attentati sanguinosi, con lo scopo che il pubblico sia chi richiede le leggi sulla sicurezza e le politiche a discapito della libertà. O anche: creare una crisi economica per far accettare come un male necessario la retrocessione dei diritti sociali e lo smantellamento dei servizi pubblici.

3 – La strategia della gradualità

Per far accettare una misura inaccettabile, basta applicarla gradualmente, a contagocce, per anni consecutivi. E’ in questo modo che condizioni socio-economiche radicalmente nuove (neoliberismo) furono imposte durante i decenni degli anni 80 e 90: Stato minimo, privatizzazioni, precarietà, flessibilità, disoccupazione in massa, salari che non garantivano più redditi dignitosi, tanti cambiamenti che avrebbero provocato una rivoluzione se fossero stati applicati in una sola volta.

4 – La strategia del differire

Un altro modo per far accettare una decisione impopolare è quella di presentarla come “dolorosa e necessaria”, ottenendo l’accettazione pubblica, nel momento, per un’applicazione futura. E’ più facile accettare un sacrificio futuro che un sacrificio immediato. Prima, perché lo sforzo non è quello impiegato immediatamente. Secondo, perché il pubblico, la massa, ha sempre la tendenza a sperare ingenuamente che “tutto andrà meglio domani” e che il sacrificio richiesto potrebbe essere evitato. Questo dà più tempo al pubblico per abituarsi all’idea del cambiamento e per accettarlo rassegnato quando arriverà il momento.

5 – Rivolgersi al pubblico come ai bambini

La maggior parte della pubblicità diretta al gran pubblico,

usa discorsi, argomenti, personaggi e una intonazione particolarmente infantile, molte volte vicino alla debolezza, come se lo spettatore fosse una creatura di pochi anni o un deficiente mentale. Quanto più si cerca di ingannare lo spettatore, più si tende ad usare un tono infantile. Perché? “Se qualcuno si rivolge ad una persona come se avesse 12 annio meno, allora, in base alla suggestionabilità, lei tenderà, con certa probabilità, ad una risposta o reazione anche sprovvista di senso critico come quella di una persona di 12 anni o meno (vedere “Armi silenziosi per guerre tranquille”).

6 – Usare l’aspetto emotivo molto più della riflessione

Sfruttate l’emozione è una tecnica classica per provocare un corto circuito su un’analisi razionale e, infine, il senso critico dell’individuo. Inoltre, l’uso del registro emotivo permette di aprire la porta d’accesso all’inconscio per impiantare o iniettare idee, desideri, paure e timori, compulsioni, o indurre determinati comportamenti….

7 – Mantenere il pubblico nell’ignoranza e nella mediocrità

Far si che il pubblico sia incapace di comprendere le tecnologie ed i metodi usati per il suo controllo e la sua schiavitù. “La qualità dell’educazione data alle classi sociali inferiori deve essere la più povera e mediocre possibile, in modo che la distanza dell’ignoranza che pianifica tra le classi inferiori e le classi superiori sia, e rimanga, impossibile da colmare dalle classi inferiori”.

8 – Stimolare il pubblico ad essere compiacente con la mediocrità

Spingere il pubblico a ritenere che è di moda essere stupidi, volgari e ignoranti…

9 – Rafforzare l’auto-colpevolezza

Far credere all’individuo che è soltanto lui il colpevoledella sua disgrazia, per causa della sua insufficiente intelligenza, delle sue capacità o dei suoi sforzi. Così, invece di ribellarsi contro il sistema economico, l’individuo si auto svaluta e s’incolpa, cosa che crea a sua volta uno stato depressivo, uno dei cui effetti è l’inibizione della sua azione. E senza azione non c’è rivoluzione!

10 – Conoscere gli individui meglio di quanto loro stessi si conoscano

Negli ultimi 50 anni, i rapidi progressi della scienza hanno generato un divario crescente tra le conoscenze del pubblico e quelle possedute e utilizzate dalle élites dominanti. Grazie alla biologia, la neurobiologia, e la psicologia applicata, il “sistema” ha goduto di una conoscenza avanzata dell’essere umano, sia nella sua forma fisica che psichica. Il sistema è riuscito a conoscere meglio l’individuo comune di quanto egli stesso si conosca. Questo significa che, nella maggior parte dei casi, il sistema esercita un controllo maggiore ed un gran potere sugli individui, maggiore di quello che lo stesso individuo esercita su sé stesso.

Ho copiato ed incollato. LEGGETE E CONDIVIDETE.


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Cerco

Cerco il Silenzio perchè non lo ricordo più, conosco la sua musica ma non appare mai nella mia ricerca su Google. Lo incontro in compagnia delle sirene delle ambulanze, delle urla degli umani, di quel chiacchericcio senza fine delle auto, delle musiche e dei suoni che non hanno misura.

Cerco la Serenità, lei però non esce più da casa, perchè ansia paura rabbia e pure odio la cercano per distruggerla definitivamente, dopo averla picchiata più volte rompendole gambe e braccia.

Cerco l’Amore, quello per un uomo, quello che uno più uno fa tre, quello che mi hanno detto che esiste. Lo cerco nei romanzi e nei film, nelle storie di Shakespeare e nei romanzi di Liala. Dove altro cercare non so.

Cerco la Speranza negli occhi di un cane, nelle foglie del mio limone, nel caffè della mattina, ma il cane è cieco, il limone è ammalato e il caffè amaro.

Cerco la Condivisione, e mi raccontano che la vita è una strada solitaria e che quando la percorrerò verranno a trovarmi invidia rabbia e gelosia. Chiamerò stanchezza e diffidenza a salvarmi ma non credo sarà la scelta giusta.

Cerco la mia Anima, ma quella si è nascosta in un buco così profondo che non ha fine. Come faccio a trovarla se non frequento più silenzio, serenità, amore, speranza e condivisione !!

Ed allora sto con la Malinconia, che in questi anni non la vuole nessuno perchè lei racconta le storie dei colori dell’acqua e delle anatre che nuotano. Fa odorare dei profumi che non si sentono e vedere il colore del cielo che solo io lo vedo di quel colore. Che mi fa stare sospesa, in attesa dell’alba e del tramonto, mentre cammino a fianco della Vita.


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Vorrei. Ma sono io.

Quando son nata mi hanno voluta femmina e sempre da femmina mi hanno vestito. Vestita la mente e vestito il corpo, di colori tenui chè il rosso era peccato. A me che piaceva il rosso, mi facevo piacer l’azzurro che era quello delle bambine brave e della Dea Madonna.

Sempre brava sono cresciuta, docile come una pecora da portare al macello, come una serva senza diritti, come un cuore già sfiatato, come un fegato roso dalla rabbia, azzurra di nuvole senza piedi.

Ho cercato di essere un cavallo, di quelli che vincono o anche di quelli che perdono, belli e ambiti, ma sempre pecora sono rimasta.

Volevo essere una mucca, partorire ed allattare vitelli attaccati alle mie mammelle, ma sempre pecora sono rimasta.

Volevo dare la mia lana per scaldare cuori, ma mi hanno tosato e l’hanno gettata ridendo, la mia lana.

Volevo volare da pappagallo, o da gabbiano, o da merlo, cantando. Non sono capace di volare, cado.

Non volevo essere io e volevo diventare altro. Non volevo essere altro, volevo essere io. In questo tempo terrestre da giovin pecora sono diventata matura, che le mie carni dure non le vuole nessuno. I giorni uno dopo l’altro hanno vissuto la mia vita, se la sono presa, me l’hanno lasciata così, con quello che non sono.


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AL MARKET DELLA FELICITA’


A coloro che cercano la felicità, a quelli che “sognano di vivere i propri sogni”, a quelli che “yes you can”, a quelli che incontrano felicità negli occhi del guru  riempiendo la loro casa di parole “sei un’anima meravigliosa “ “sei bellissima”, a coloro che trascorrono in compagnia di  centinaia di persone un fine settimana  wordsalcoholic, a coloro che cercano la pace nei mercati della felicità, pieni di prodotti a basso ed a alto costo ( non è  certo che l’alto costo dia certezza di qualità).

A coloro che cercano il significato della loro vita e delle ferite che l’hanno attraversata, a coloro che credono che l’amore sia un bisogno ed un tempo da riempire, a coloro che il cervello è più potente del cuore ed il cuore più potente del cervello, a coloro che credono di esistere solo nelle pupille dell’altro, a coloro che sono  certi che il domani sarà meglio, a coloro che sono infelici perchè non hanno mai visto la felicità ed allora non la riconoscono.

A coloro che sognano  di diventare Ulisse  tessendo la tela di Penelope, che trascorrono il tempo a guardarsi l’ombelico pagando un orecchio che li ascolti, a coloro che conoscono la tecnica che scioglie i traumi in 3 incontri, ed  a quelli che la felicità porta i soldi.

Non andare al mercato della felicità dove si vendono corsi di autoconsapevolezza, di respiro, di  suoni e di campane, di tecniche per diventare felici in 48 ore, di  yoga per diventare belli, di consapevolezza, di mantra,di costellazioni e di danze tribali.

Non andare al mercato dove si consumano i sogni  e gli imbonitori ti  riempiono di certezze, le loro.

Cerca  il significato della tua vita, che sia camminare nel deserto, o pulire le strade, o insegnare ai bambini. Accetta quello che stai facendo, fallo con amore, studia ed esperisci  cose diverse e poi  scegli ciò che vuoi. Rispetta le persone che hai  in questo momento come compagni di viaggio,  cerca le risposte alle  domande in te, a volte l’altro è uno specchio a volte è un tunnel, a volte un muro invalicabile. Spesso ci riflette, spesso no. Se cerchi un maestro, trova un tecnico, quelli senza contraddizioni, quelli coerenti, quelli che chiedono cifre possibili,  quelli che non hanno bisogno di diventare ricchi lavorando sui disagi degli altri,  quelli che hanno una vita quieta e non promettono risultati, ma  stimolano a cercare la propria via.

Non consumare  corsi di consapevolezza, di meditazioni, di apericene, di camminate consapevoli, di scritture creativa, non consumare.

Allenati  nel coraggio di vivere, fai delle piccole e delle grandi azioni, il cinema da solo, il viaggio da solo, il viaggio in compagnia, scrivi, dipingi, cuci. Esplorati. Ascoltati. Riempiti.

Guarda con occhio critico quello che fai e accettalo, cercando di renderlo tuo. Impegnati, fatica, soffri per raggiungere il tuo obiettivo. Che non è la felicità ma il piacere di vivere, che cammina sottobraccio al dolore.

Annusa con diffidenza  i sorrisi eccessivi, gli abbracci lontani e fidati di te. L’altro non è più felice di te, non è meglio di te, non è più realizzato di te.

Qualche piccola considerazione sui tuoi talenti, limiti, infelicità e paure e poi buttati con coraggio nel cielo della vita.


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ODE AL LAMENTO

Gli umani che vivono nelle lacrime nell’insoddisfazione e nel  lamento, chiedendo sempre risarcimento di cio’ che credono spetti loro, fanno trappola  agli dei, affinchè non eccedano nel regalar problemi, dolori e delusioni.

Si travestono con abiti colorati di miseria e si inchinano pregando  senza dignità al Destino che li vessa, constantemente  cantilenando “Il mondo è brutto, pieno di cattiveria, invidia, pigrizia, miseria. Io soffro e tu – Dio della Scarsità – non entrare nella mia casa, nel mio cervello e nella mia pancia, che’ sono già abbastanza vuoti di riconoscimenti e di speranza”.

Credono di sfuggire al grigiore della vita, invocandolo.

Riempiono il cuore e la mente di certezze dolorose, chiamandole così a loro.

Non è così che la Dea  dell’Abbondanza si accorge di noi. La Dea dell’Abbondanza, ridente e pasciuta, si muove nei terreni ricchi di sole, di amore e di speranza.

La  Dea dell’Abbondanza ama i profumi e le risate il colore ed il sole. Si ferma dove la accolgono i sorrisi e le idee escono per costruire mondi di bellezza. Dove le anime rendono il corpo armonioso e le schiene non sono curve da pensieri  ma ritte da sogni.

La  Dea dell’Abbondanza spesso gioca e si accoppia con il  Dio del Coraggio e la Dea della Forza.

Al mattino, quando ci alziamo, chiamiamo l’Abbondanza, il Coraggio e la Forza. Spesso con loro arriva anche la Dea  della Pazienza.  Sorridiamo e costruiamo le ore che arrivano in loro compagnia.

Se guardiamo con intensità intorno a noi, Li vedremo.  Le prime volte si nasconderanno perché amano giocare, farci credere che non esistono. Un mattino arriverà il Dio/Dea di cui abbiamo più bisogno…arriveranno gli altri. Diamogli il vestito che più ci piace.

Spesso vedo la Dea della  Forza   sollevare un macigno che poi getterà su cose/persone che non mi piacciono e il Dio della Pazienza che all’uncinetto continua a fare coperte senza fine.

La Dea del Coraggio è sempre vestita di rosso, irruenta.  Il Dio dell’abbondanza a volte è pieno di fiori, altre di euro, altre  di cioccolatini… un mattino la Dea del Coraggio diventa Dio ed il Dio dell’Abbondanza diventa Dea. Non hanno genere, diventano quello che in quel momento vediamo di loro.

Sono compagni di vita, molto più divertenti del Dio della Scarsita.

Provaci, anzi fai !!!


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La Cura

 La donna cura, si occupa dei figli, degli amici, del marito, accarezza, cucina, ascolta, è attenta. Insegna a guardare, a percepire gli odori gli errori le lacrime ed i bisogni. La  donna sa dove andare ad accarezzare, a spostare, a  piangere con, a comprendere.

Le donne curano.

L’uomo cura, apre le porte, regala fiori, avvolge, offre un te, ascolta l’inquietudine, prepara il cibo,  cammina alla tua destra, riempie di coraggio, sorride.

Gli uomini curano.

La cura è. Maschile e femminile.

Accettiamola sempre.

La cura è condivisione.


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l’ALBERO ZEN

Sono stanco. Ma proprio… sono stanco. Di che? Sono stanco di stare sempre qui, allo stesso posto. Oh per l’amor di Dio, il posto è bellissimo, clima gradevole, gente simpatica, vino rosso e buon formaggio.  Ma vorrei vedervi, sempre nello stesso posto, io che sono nato per viaggiare, conoscere luoghi nuovi, vedere tramonti e albe diverse tutti i giorni. Ed invece qui.

Sempre qui.

Del resto sapevo che la scelta di inlegnazione era questa. Radici radici e radici. In questa vita devo imparare a stare.

Sono un albero.  Sono molto bello, alto, con un giro vita delizioso e una chioma che ricorda molto quella di Jimmy Hendrix (un chitarista americano degli anni 70, per chi non lo ricordasse). Devo dire che purtroppo anche io, in questi ultimi cento anni,  inizio ad accorgermi del tempo che passa. Le rughe sulla corteccia si  vedono,  le mie foglie sono meno plastiche e colorate e sopratutto i rami sono diventati talmente fragili che hanno bisogno di un sostegno. Legnoporosi?

Non mi ricordo quando sono nato. Nessuno  lo ricorda. Il tempo non ha tempo.

I primi anni sono stati i più difficili. La nascita e l’adolescenza  mi hanno consumato d’energia. Molte sorelle e molti fratelli sono morti intorno a me: mangiati, di malattia, di morte violenta oppure semplicemente perché erano deboli e non abbastanza motivati. Io sono qui, invece.

Pensate, sempre qui, non un giorno che so, al mare, a cena fuori, ad un concerto, a giocare a tennis, semplicemente a camminare. Sempre qui.

Comunque, mentre il tempo trascorreva ed io  qui, a pensare,  ho compreso. Come era quella frase” Se Maometto non va alla montagna, la montagna va a Maometto”? Io me ne sto qui e  intorno a me accade di tutto. Io fermo. Zen.

Alla fine, la mia vita da albero Zen   è facile. Vedo tutti muoversi intorno a me, cani, rondini, merli, topi, formiche. Tutti, proprio tutti. Chi vola, chi corre, chi cammina. Tutti si spostano.

Sedendo quieto, non facendo nulla, la primavera arriva e l’erba cresce da sola.

Anche io ci ho provato, a  muovermi, ma  le radici non si staccavano dalla terra e quando due di loro sono andate in superficie, pronte ad andarsene, non avevano più cibo per vivere e sono morte. Il mio muovermi è diverso da quello di altri esseri terrestri. I tempi sono diversi. Si muovono le foglie, i rami, le radici. I tempi sono diversi. E così sono diventato un albero zen.

Il vento non si muove. La bandiera non si muove. E’ la mente che si muove.

Quante cose ho fatto e visto in questi  anni !!! Con la maturità, è arrivata la comprensione: ho capito che non è il movimento a rendere più bella la vita, bensì l’ascolto. E arrivano tutti: i gatti a arrotare le unghie sulla corteccia ed a raccontarmi le loro storie d’amore, gli scoiattoli a correre sui rami  parlando delle loro famiglie e dei loro denti, gli umani a  sedersi sotto la mia ombra e le formiche a ripararsi dalla pioggia.

Sono una cattedrale dove tutti si fermano a pensare.

Centinaia di fiori in primavera, la luna in autunno, la brezza fresca d’estate, la neve in inverno. Se non occupi la tua mente in inutili cose,ogni stagione è per te una buona stagione.

Il Grande Albero Sacro , il filosofo, quello che di tutto sa e che comprende quello che non vediamo, spesso ci narra di  Alberi Sacri. Noi siamo qui, fermi, immobili. Dobbiamo difenderci da mille nemici, dalle formiche e dagli insetti e dai virus che ci fanno ammalare, dagli umani che ci vogliono continuamente lobotomizzare e tagliare rami, radici e tutto quello che passa per la loro testa strana. Piove, c’è il sole, la neve, e noi sempre qui.

Se capisci, le cose sono così come sono. Se non capisci, le cose sono così come sono.


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Inno per la Passione

La Passione esiste, insiste, persiste non è altro. Solo e tanto, soltanto Passione.

Attenti a non perdere la Passione perché  spesso viene messa  in una tasca bucata, così cade a terra e non la troviamo più. L’appoggiamo con noncuranza  vicino alla carta igienica, senza accorgecene la usiamo e poi non la ritroviamo più.

Passione è cugina di Speranza, figlia di Forza e zia di Ideale, spesso ha amato carnalmente Ribellione, senza figliare mai.

Come facciamo a riconoscerla, Passione viva, Passione dolce, Passione Tranquilla, Passione Amara, Passione romantica, Passione Piena, Passione Passione Passione.Quando l’aria è carica  di Passione,  cuore è la sveglia  delle 5 del mattino e non c’è interruzione  ma  continua continua continua a battere cuore  perché   sangue non smetta di essere baciato da Passione. Quel  nostro sangue  pieno di piombo, di tossine, di vitamine senza vita e piena di pallottole in anfratti senza sole.

La Passione persa non sappiamo che fine abbia  fatto, perché non esiste bottega  mercato  centro commerciale dove vendano Passione a 5, 10, 50 o 1000 euro al minuto. E ti bussano alla porta i venditori di passioni, gli imbonitori  che sanno che  la passione non si vende, e tantomeno  si compra. Fingono di insegnarti a vivere la passione, ma attenti è solamente una finzione.

I bimbi  vedono la Passione e la riconoscono perché Lei  si muove giocando e ridendo con loro. Ogni momento  è annaffiato da Passione: il bacio al gatto il litigio con l’amichetto i baci con la mamma e l’amore per la maestra. Ovunque il colore rosso della Passione. Non ricordo il freddo della mente ma il caldo della passione con il rosso della vita.

Ci si sono messi di buzzo a uccidere la Passione quelli che si pensano adulti, come se vedere negli altri lo stesso loro sguardo morto e grigio, possa rendere più semplice la vita. Una psicosi, un’invidia, un virus, uno sguardo cieco. “Non voglio che gli altri  trovino quello che ho perso.”Dicono i grandi senza Passione.

Loro non sanno che quando la Passione è tanta non muore ma va in letargo, attenta a svegliarsi appena un raggio di sole  entra nella caverna.

La Passione per la Vita teniamola nelle mani, negli occhi, nelle labbra piene di baci da dare, negli occhi che sorridono,  nella mani che accarezzano e anche no, in ogni secondo della nostra vita altrimenti incomprensibile senza La Passione.